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sabato 25 giugno 2011

MATTEO GUARNACCIA: o dell'Espressione Psichedelica

Quando Maurizio Pupi Bracali mi annunciò per e-mail circa un mese fa che era in arrivo su Distorsioni un articolo/contributo di un illustre ospite suo amico, e poi mi rivelò che era Matteo Guarnaccia, ebbi (tutt'uno con un'enorme compiacimento/soddisfazione) un rapido flash mentale a base di vignette, lavori grafici coloratissimi e 'psichedelici' ammirati su pagine di riviste specializzate, libri, dischi nelle passate decadi.
Sì perché Matteo Guarnaccia, conosciuto da Pupi personalmente, é da sempre soprattutto l'eclettico e sfaccettato simbolo 'italiano' di un pezzo di cultura rock fondamentale e ben preciso, affermatosi a livello internazionale negli anni '60, la Psichedelia. Ed é proprio dalle opere dei grandi artisti di poster di rock psichedelico americano, come Rick Griffin, che Guarnaccia trae ispirazione nella prima fase della sua carriera. Maurizio mi diceva che era necessario pubblicare prima del contributo di Guarnaccia un articolo che spiegasse, soprattutto alle ignare nuove generazioni, cosa é stato e cos'é oggi - ancora attivissimo - Matteo Guarnaccia. Ed eccolo qui il pezzo di Maurizio, infiocchettato come al solito di tranci di vita, ma soprattutto prezioso nel metterci a parte della schietta umanità (toccata con mano) di Matteo Guarnaccia sottesa alla sua arte. Segue pubblicazione del suo contributo. Buona lettura. (Wally Boffoli)


Ho una cara amica che da anni, dopo averle lette, mi passa tutte le riviste che acquista. Quando ne ha accumulate una mezza dozzina, le infila in un sacchetto di plastica e se le capita di passare davanti a casa mia, me le lascia in un angolo del portone o appese al pomolo della porta del mio appartamento. Mi succede così di recuperare ogni tanto quel sacchetto nel cui interno so già che troverò l’ultimo numero di Linus, il bollettino di Greenpeace, un paio di Espresso, la rivista di Amnesty International, il giornale del Touring Club, qualche rivista d’arte, qualcuna letteraria e altre femminili. A di là di questo nel 2003 ho organizzato una mostra di copertine di dischi in vinile nella mia cittadina. Poiché era la seconda edizione di quella rassegna pensai, insieme ai miei collaboratori, di arricchirla, rispetto all’anno precedente, con alcuni eventi collaterali e con la presenza di un relatore di valore che avrebbe disquisito sull’arte della realizzazione delle copertine dei dischi. Dopo aver fatto mente locale ed essermi guardato, figuratamente, intorno, la mia scelta cadde su Matteo Guarnaccia, artista multimediale, egli stesso autore di copertine di dischi (Timoria per esempio) storico del costume, designer, massimo conoscitore della controcultura italiana e insuperato esperto di quel momento magico e lisergico che qualche anno fa, coinvolgendo molti di noi, si espresse attraverso la musica, la letteratura, il cinema, il teatro e i comportamenti umani che passa sotto il nome di psichedelia.
Ora, dire che Guarnaccia sia un artista a tutto tondo, non mi piace poiché non vorrei farlo apparire grasso, ma è pur vero il fatto che il suo sguardo dolce e attentissimo sia caduto fin dai primi anni settanta su innumerevoli situazioni creative e psicoartistiche che lo hanno visto protagonista nel campo dei fumetti, dell’arte (ha esposto le sue opere da Milano, dove vive, a Tokyo, passando per la California, la Germania, la Spagna, la Svizzera, l’Olanda e mi fermo qui) della grafica, del disegno, dell’illustrazione e della saggistica visionaria.
E di quella ventina di libri che ha scritto, fondamentali per approfondire la conoscenza delle culture alternative, della psichedelia, della musica rock e dell’underground internazionale, citerei solo i più recenti: 'Psychedelic Heroes' (2010), ‘Re Nudo Pop e altri festival 1968 1976 – Il sogno di Woodstock in Italia’ (Vololibero 2011) recentissima pubblicazione che racchiude oltre il testo di Guarnaccia un cd e un dvd allegati con musica e immagini del più noto contro-festival italiano, 'Bob Dylan fun book' (Vololibero 2011) un libro d’arte con tavole da colorare, ritagliare e assemblare realizzato in omaggio ai settant’anni di Dylan con prefazione di Riccardo Bertoncelli e 'Ribelli con stile', un secolo di mode radicali, (Shake Edizioni 2011), riuscitissimo e completo excursus sui movimenti giovanili alternativi di ogni parte del mondo che si snoda dai bohemiens francesi del secolo scorso, per allungarsi fino ai ravers di oggi attraversando modi e mode degli hippies, dei provos, dei beatniks e di molti altri movimenti meno conosciuti ma che hanno fatto la loro parte nel tentativo di cambiare modelli e atteggiamenti borghesi.
E se ciò vi sembra poco aumenterò la dose dicendo che Guarnaccia non è soltanto questo. E’ un organizzatore di eventi, è un performer, un giornalista ( per Vogue, Rolling Stone, Abitare, La Repubblica, Alias e altri ancora), è un curatore di mostre, un conferenziere provetto (e invito i milanesi a recarsi al Circolo dei Lettori il 9 luglio alle 18,00 per assistere al suo incontro/confronto con un altro pensatore storico della controcultura italiana: Andrea Majid Valcarenghi), e Guarnaccia è anche insegnante in prestigiosi istituti d’arte (cito solo l’Accademia di Carrara), e non per ultimo è attivo nel campo della moda lavorando con i marchi e gli atelier più famosi (VivienneWestwood e molti altri). Il mio Guarnaccia preferito comunque è l’artista visionario, il disegnatore lisergico e lo scrittore dei saggi psichedelici che analizzano un periodo storico e di costume di enorme potenza creativa che personalmente ho amato molto e un po’ vissuto, e che ritrovo nelle coinvolgenti pagine dei suoi scritti che lo hanno portato ad essere definito uno dei più illuminati e attenti osservatori delle culture marginali, alternative e dell’underground.

E così nel 2003 Matteo Guarnaccia venne nella mia cittadina a dissertare di cover art e naturalmente ebbi la fortuna e il piacere di conoscerlo senza che mi accadesse quello che afferma Lemmy dei Motorhead quando dice: ‘Non c’è niente di peggio che ammirare qualcuno e poi scoprire che è una testa di cazzo!’. Tutt’altro. In Matteo scoprii oltre l’artista, un uomo di straordinaria dolcezza e umiltà, doti che appartengono solo ai grandi.
Nemmeno un inconveniente come il salto della cena da parte dell’albergo dove l’avevamo collocato (non gli servirono il pasto adducendo che era arrivato in ritardo) e di cui io stesso restai mortificato, lo vide adombrato quando lo incontrai poco dopo per i carruggi del paese alla ricerca di un panino con una calma serafica e quasi zen. E in quei due giorni in cui restammo insieme imparai molte cose e accaddero anche delle coincidenze: Matteo mi parlò di suo figlio che lavorava con Vivienne Westwood ex compagna di Malcom McLaren ai tempi dei Sex Pistols e a questo proposito mi disse 'Io e te siamo di quella generazione per cui sia i nostri genitori sia i nostri figli ci hanno detto di tagliarci i capelli' e io restai trasecolato poiché oltre a rispecchiarmi in quella realtà lapalissiana, due giorni prima mi ero tagliato il lungo codino (che Matteo portava ancora) dopo che mio figlio mi aveva detto 'Pà sei ridicolo col codino a cinquant’anni'. Scoprii, grazie a Matteo, che la biondissima bimba in primo piano in quella comune hippie sul retrocopertina di "Aoxomoxoa" dei Grateful Dead è una giovanissima Courtney Love, scoprii di possedere un raro libro sulla psichedelia che nemmeno Matteo aveva, scoprii e imparai molte altre cose, gli presentai divertito il mio amico ed edicolante di fiducia che si chiamava Matteo Guarnaccia, facemmo insieme un’intervista al TG3 Rai (di cui conservo ancora la cassetta vhs), che lui, mentre cambiava treno a Genova, riuscì a vedere casualmente in un bar della stazione.
E poi Matteo prima ripartire per Milano mi regalò l’unica copia esistente di un preziosissimo libretto di suoi disegni originali che tengo tra le mie cose più care. Per avere la presenza di Matteo Guarnaccia come evento di quella mostra sulla cover art dovetti combattere e lottare contro lo scetticismo dei miei collaboratori che, al contrario di me, per cui Matteo era un punto fermo della cultura della mia generazione, lo ritenevano troppo di nicchia e troppo poco conosciuto al grande pubblico.

Poi una sera, dopo un’estenuante riunione con discussioni senza esito sul nome di Guarnaccia, me ne tornai a casa verso mezzanotte con lo scoramento di chi non era riuscito ancora ad ottenere ciò che desiderava. Giunto davanti alla mia porta trovai il sacchetto di plastica con le riviste usate che mi passa la mia amica Daniela. Dentro c’era una decina di giornali che sparpagliai sul divano del salotto dopo aver messo un cd di Jimi Hendrix. Stravaccato su quel divano, decisi di dare un’occhiata a quei giornali prima di andarmene a dormire; e avrei potuto sfogliare una copia dell’Espresso, guardare due vignette di Linus, leggere un articolo di Tribuna Letteraria; invece no: invece mi venne da aprire Marie Claire in una pagina a caso e vidi quella foto, la foto in bianco e nero di un Jimi Hendrix (che stavo ascoltando) avvolto da spire di fumo mentre si accende una sigaretta. Incuriosito cercai il nome dell’autore dell’articolo e lo trovai: Matteo Guarnaccia. Chiusi il giornale, tolsi il cd e me ne andai a dormire; ormai sapevo che Matteo Guarnaccia sarebbe stato dei nostri.

Maurizio Pupi Bracali

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