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mercoledì 10 marzo 2010

PETER GABRIEL: SCRATCH MY BACK (Real world Rec./16 Feb.2010) by Maurizio Pupi Bracali



'Grattami la schiena Phil!'

Peter Gabriel non è Phil Collins.
Lapalissiano vero? Allora perchè cominciare una recensione con questo risaputo assioma?
Non lo sappiamo.
Se le vie del Signore sono infinite ( per chi è credente) e quelle del rock pure, (come affermato da Edoardo Bennato recentemente), le vie delle recensioni sono altrettanto non-finite, indefinite e imperscrutabili sebbene ci sia stato un tempo in cui i due Genesis furono accostati l’uno all’altro per il timbro delle loro voci a un primo ascolto apparentemente simili.
Niente di più falso naturalmente.
Al di là di superficiali apparenze la leggera e piacevole raucedine di Gabriel è, ed era, lontana anni luce dalla nasalità di Collins rivelatosi comunque nel tempo e a suo modo un ottimo cantante.
Fu ai tempi di “Trick of the tail” che il pubblico si meravigliò nell’ascoltare un Collins tanto gabrielano e quanti gridarono al miracolo rimembrando una “More fool me” di Sellinglendiana memoria, forse non si erano neppure accorti che il nostro batterista preferito cantava su disco già due intere canzoni più mezza fin dai tempi di “Nursery Crime”.
Un’altra comunanza che lega i due sodali del periodo genesisiano fu più recentemente quello dei similari progetti, ideati ognuno all’insaputa dell’altro e comunque abortiti entrambi, di pubblicare ciascuno un album di covers soul e rythm ‘n blues. E se Phil Collins nella sua carriera solista ci aveva abituati a situazioni del genere tuffandosi, per esempio, nel repertorio delle Supremes e collaborando in diversi modi con gli Earth Wind and Fire, Gabriel (che non è Collins) aveva flirtato col genere con brani pseudo-parentali scritti da lui medesimo come “Steam” o “Sledgehammer”.
Sono passati molti anni e Peter ( che non è Phil) ora il disco di cover l’ha pubblicato davvero.
Soul? Rythm ‘n blues? Niente di più lontano da queste due parolette.
Stupendo tutti (stupendo!) l’ex cantante dei Genesis ha fatto uscire un album, sì di covers, ma contenente brani che niente hanno a che vedere con ritmi danzerecci e movimentati e che ha rivestito con un luccicante abito di solo pianoforte e orchestra, al punto che una bella canzonetta che in molti abbiamo canticchiato sotto la doccia come “The boy in the bubble” di Paul Simon (coverizzata, ma in modo più o meno pedissequo, anche da Patti Smith nel suo album di cover “Twelve” del 2007 ) diventa nella lenta versione di Gabriel un brano dall’andatura ieratica e solenne.
Arrangiamenti per orchestra si diceva, ma chi si ricorda che il nostro eroe si era già cimentato sinfonicamente partecipando a un doppio album di vari artisti accompagnati dalla London Symphony Orchestra e dalla Royal Philarmonic Orchestra nel lontano 1976, intitolato “All this and the world war” colonna sonora di un dimenticato film creata per omaggiare i Beatles nel quale si era confrontato con John Lennon con una buona cover di “Strawberry fields forever”?
( E un’italianissima curiosità a latere vuole che in quell’album, tra quella trentina di grandi musicisti internazionali vi fosse anche il nostro “Richard” Cocciante (sì, proprio lui) che eseguiva mirabilmente “Michelle”).
E con questa nuova operazione Gabriel ci mette di fronte al disco più ostico e difficile della sua carriera di artista e della nostra di suoi ascoltatori, al punto che persino alcuni fans della prima ora, nonchè irriducibili, stanno storcendo il naso all’ascolto di questo “Scratch my back” così minimale e intenso.
C’è da dire che nel riproporre questi dodici brani (tredici con “Waterloo Sunset” dei Kinks che appare in un secondo cd coi remix di “Heroes”, “The book of love” e “My body is a cage”) trafugati qua e là tra un passato remoto e uno molto più prossimo, il musicista inglese fa “assolutamente sue” le canzoni prescelte al punto che una “The power of the heart” di Lou Reed sembra la sorella ritrovata di “Here comes the flood”. E nonostante queste orchestrazioni sinfoniche possano apparire a un ascolto distratto monolitiche e similari, in realtà non lo sono affatto, visto e ascoltato che “Mirrorball” degli Elbow con quei momenti/movimenti di violini ostinati ricorda certo minimalismo di Philip Glass quando invece “Philadelfia” di Neil Young sembra uscita dalla colonna sonora di un film americano. In “Apres moi” di Regina Spektor, Peter Gabriel (che non è Phil Collins) si ricorda di essere stato sodale e di avere assorbito qualcosa da Nusrat Fateh Ali Khan con un breve intermezzo di vocalizzi in stile qawwali notevolmente suggestivo mentre nella conclusiva “Street of the spirit” surclassa, ovviamente, con la sua interpretazione una delle voci più lamentose e monocordi della storia del rock, quella di Thom Yorke dei Radiohead.
Ora, tristi notizie riguardanti Phil Collins percorrono le strade delle cronache rock: pare che a causa di una recente malattia alla schiena legata alla postura tenuta nel corso degli anni, non potrà più suonare la batteria e forse neppure il pianoforte, facendo perdere prematuramente al pubblico della musica il drumming sanguigno e generoso di uno dei batteristi più bravi, originali e fantasiosi di sempre. In compenso, visto, anzi ascoltato, questo ultimo e interessantissimo disco, la schiena di Peter Gabriel gode ottima salute a parte qualche piccolo prurito; ma per quello c’è sempre il ricorso a una grattatina. Che poi a grattargliela nei punti giusti siano Bowie, David Byrne, Ray Davies, gli altri autori dei brani o gli ascoltatori di questo album sontuoso, bello e particolare, non ci è dato di sapere. Quello che sappiamo è che Peter Gabriel si è rimesso in gioco un’altra volta come è giusto che sia per un artista poliedrico e avventuroso come lui. Non sarà da tutti seguirlo in questa nuova, difficile e discutibile impresa, ma noi che l’abbiamo fatto e continuiamo a farlo con ascolti quotidiani e ripetuti, possiamo affermare con tranquillità che il piacere e la soddisfazione regnano sovrani, e guarda caso, è svanito anche quel minimo prurito alla schiena.

Maurizio Pupi Bracali