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sabato 17 febbraio 2007

Recensioni / Italiani ; TORQUEMADA : Tales From The Bottle ( Insecta Rec./ Fleisch Agency, 2007)

Quando un disco mi entusiasma lo recensisco sempre con passione, particolarmente se si tratta di una band italiana.
E' decisamente il caso dei bergamaschi TORQUEMADA, un trio noise dal tiro micidiale: questo é quanto sprigionato dai brani di TALES FROM THE BOTTLE, il loro album d'esordio uscito da poco.
Ringrazio perciò sentitamente Nora Bentivoglio della Fleisch Agency che ne cura le sorti per avermeli fatti conoscere e ricambio con questa recensione con la quale li segnalo caldamente a tutti i lettori di questo music-blog.
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It’s Going inaugura alla grande TALES FROM THE BOTTLE, album d’esordio del trio bergamasco TORQUEMADA, uscito per l’Insecta Records (Udine) verso fine gennaio, e subito si stenta a credere di trovarsi al cospetto di una band italiana: un riff di basso assassino (Davide Perucchini, cui va il merito della registrazione e realizzazione tecnica del disco in locations bergamasche) introduce un sound esasperato quasi live, il vocalismo alcoolico ed abbruttito del chitarrista Alfonso Surace e continui bruschi cambi di tempo.
It’s Going già evoca atmosfere infernali ed esistenziali estreme e va a sfociare felicemente in Figure It Out, a mio parere uno degli episodi più felici del disco, in cui i Torquemada riescono a fondere noise, attitudine dark e frenesia punk trasfigurando il tutto in una sorta di sfrenato e diabolico boogie di cinque minuti.
Ma anche il seguente Industrialnoisepostrock, sintomatico sin dal titolo, è emblematico di come il trio bergamasco sia abilissimo nel far confluire nel proprio sound le derive soniche più disparate.
Il sabba continua con il seguente torrido e strisciante Infernalcoholic Man : a questo punto è chiaro che i tre abbiano una predilezione per i chiaroscuri, i pieni ed i vuoti; dato confermato dalla martellante Times.
Non lasciano tregua all’ascoltatore con Plug e Me & My Cat : riffs chitarristici ossessivi e squadrati, voce esasperata, basso cupo e vero albero motore la drums polimorfa di Luciano Finazzi. Facendo mente locale, se vogliamo individuare nei particolari ascendenti e coordinate stilistiche : in tutti questi brani pesantezza stoner, furore grunge vanno a braccetto con la geometricità implacabile degli Shellac, ma a parer mio anche in parte con la brutalità noise-blues degli indimenticati americani Chrome Cranks.
I potenti Torquemada mi ricordano molto sul versante del furore esecutivo un altro grande ed eclettico gruppo noise italiano, One Dimensional Man.
La frastagliata Superrodeo Frog mette in scena improvvisi stop e silenzi (caratteristica presente anche in altri brani); la finale WHO? é una tormentata song segnata ancora una volta da rallentate minacciose estasi dark, una sorta di sublimazione finale dell’atmosfera sulfureo-tossica che si respira nei precedenti otto brani.
Davvero un esordio sorprendente Tales From The Bottle, e se alzare il gomito dà risultati come questo…beh, allora Alfredo, Luciano, Davide continuate imperterriti a riempire i bicchieri e non lasciateli mezzi pieni !
Un plauso finale all’artwork diabolicamente etilico-erotico di Daw .

PASQUALE BOFFOLI

http://www.insectarecords.com/
http://www.torquemada.tk/
http://www.myspace.com/iltorquemada

venerdì 16 febbraio 2007

From The Past / TOM WAITS: "Blood Money & Alice" (Anti/Epitaph, 2002)

Il monumentale triplo "ORPHANS" (recensito in questo music-blog), uscito sul declinare del 2006 ha risvegliato inesorabilmente in tantissimi fans la febbre TOM WAITS, (forse avrete capito essere uno degli artisti internazionali preferiti in assoluto dal sottoscritto), per la quale non esiste antibiotico alcuno ! Ho cosi fatto mente locale : anche nel 2002 l'imprevedibile Tom aveva fatto uscire a sorpresa in contemporanea due stupendi lavori, "BLOOD MONEY" e "ALICE" e sono andato a risentirmeli: poi mi sono ricordato che ne feci uno speciale per MusicBoom, un sito cui allora collaboravo, e sono andato a cercarmelo . Ecco come lo introducevo : "... Tom Waits- mood per nottambuli e nostalgici perduti / ... questa non é più solo musica: é arte, pittura camuffata, teatro, poesia...vita!". Dopo nel 2004 Waits ha pubblicato l'ottimo REAL GONE, che aveva un approccio diverso. Qui vi ripropongo con qualche modifica dettata dal tempo trascorso la mia doppia recensione di "BLOOD MONEY" e "ALICE"  del 2002, raccomandandovi vivamente di andare a riscoprire questi due lavori, e se non li conoscete di recuperarli: sono un tassello imperdibile nella lunga trama artistica di questo songwriter imprescindibile del nostro tempo!

SOLDI SPORCHI DI SANGUE e FAVOLE-NUVOLE!

Due dischi di Tom Waits che escono in contemporanea! La notizia quando iniziò a trapelare qualche tempo fa, mandò i fedelissimi dell'impareggiabile songwriter (ed anche chi scrive!) in 'brodo di giuggiole'. Waits é come un male oscuro: una volta che ne rimani infettato non solo é impossibile trovarne l'antidoto, ma non vuoi proprio trovarlo! Il suo microcosmo musicale é ormai da tempo fuori dai trends e dai corsi e ricorsi che abbondano nel rock e pop-system: chiuso in se stesso, claustrofobico, burbero, esso é il risultato di un percorso eclettico e personalissimo che ha permesso agli iniziali profondi amori blues e jazz be-bop (con filo diretto con la beat-generation letteraria degli anni '50) di incrociarsi strada facendo con le suggestioni della cultura mitteleuropea dei primi decenni del '900, il cabaret di Kurt Weill in primo luogo.
Quello che pareva agli occhi dei puristi un connubio se non impossibile perlomeno azzardato é divenuto invece tenacemente e semplicemente 'Tom Waits mood', atemporale e sospeso perennemente come un equilibrista sul filo sottile delle emozioni.
Mule Variations (1999) era stato un disco carnoso e terreno, ombrosamente blues: BLOOD MONEY ed ALICE, ricavati da due lavori teatrali rappresentati in Europa nel 2.000 con la regia di Robert Wilson ed interamente musicati da Waits in simbiosi con la sua preziosa ed amata compagna Kathleen Brennan, sono invece calati in una densa dimensione espressionista, e portano impressi come un marchio i segni della colonna sonora.
Soprattutto Blood Money che dei due dischi é il più sagomato ed incisivo: contiene le canzoni che hanno sottolineato la piéce teatrale Woyzeck, tratta dall'omonimo lavoro del poeta realista George Buchner che narro' nell'800 per la prima volta nella letteratura tedesca l'esistenza infelice di un uomo del popolo. Tom Waits dimostra di andare musicalmente a nozze con queste tematiche grottesco/tragiche, forte dell'apporto di un pugno di strumenti e strumentisti magicamente sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda immaginifica: i fiati multiformi di Colin Stetson e Bebe Risenfors, l'harp del veterano Charlie Musselwhite, l'insostituibile ex-Canned Heat Larry Taylor al basso e poi marimbe, celli ... oltre il solito campionario/antiquariato di Tom, pump organ, toy piano, chamberlain e l'incredibile calliope, che dà il nome anche ad uno strumentale.
Ecco allora la marcia marziale di Misery Is The River Of The World, con voce da lupo mannaro, le altrettanto perentorie God's Away On Business e Starving In The Bell Of A Whale che sembrano sottolineare crudamente l'inevitabilità del destino; incedere quasi da processioni religiose hanno invece When The World Is Green e Another Man's Vine, attraversate da una malinconia indicibile, un senso di scoramento che appartengono solo al blues così come l'ha forgiato Waits nel corso dei suoi dischi... Completano il quadro di Blood Money alcune tenere, rudi, introverse ballate nella miglior tradizione di Tom, Coney Island Baby, Lullaby, The Part You Throw Away, un paio di porzioni strumentali dal sapore astratto e straniante ed un'incredibile finale, A Good Man Is Hard To Find nella quale il nostro gigioneggia vocalmente (ma proprio tanto!) come un novello Louis Armstrong.
Se si escludono alcuni episodi come Reeperbahn, Kommienezuspadt e Table Top Joe, nei quali ritorna il Tom Waits più sarcastico e mitteleuropeo, il tono generale di Alice, il secondo lavoro ispirato al racconto di Lewis Carroll ne riflette bene il contenuto favolistico ed irreale.
La produzione e il suono stesso di brani lenti ed oppiacei come Barcarolle, I'm Still Here, We're All Mad Here, Flower's Grave é molto meno fisico di Blood Money, quasi velato e placentale. Si ha l'impressione di attraversare una silente oscura foresta dagli alti fusti, accompagnati dalle melodie indolenti e dalla struggente intensa poesia di Lost In The Harbour, Watch Her Disappear, Fish & Bird, Poor Edward, No One Knows I'm Gone sino all'indicibile bellezza dei soffusi toni blues di Alice con un inarrivabile sax-solo di Colin Stetson.
La serie di strumentisti in Alice si allunga e prevalgono i toni languidi e nostalgici del violino, crepuscolari della viola e del cello, la solitudine serale e notturna del piano e delle tastiere di Tom.
Quelle di Alice sono favole dal fascino torbido, oscuro, finite male . Due dischi diversi ma complementari che ripropongono clamorosamente il fascino malato del songwriting di Tom Waits, un uomo, un artista con i piedi ben piantati ed intrecciati con le profonde radici della terra ma con la testa persa tra spessi banchi di nuvole sulfuree ed extraterrene.
PASQUALE BOFFOLI

lunedì 12 febbraio 2007

Sixties Culture / Collaborations : THE STORY OF SKIP BIFFERTY ( 1968) - 2 cd reissue ( Castle Music / 2003) by Marcello Rizza

Dopo un lungo fisiologico intervallo del blog (c'est la vie!) eccovi un altro ottimo scampolo di Sixties Culture made in England del nostro Marcello Rizza. Un patrimonio immenso che, per fortuna, non finiremo mai di esplorare e riscoprire!
Un'eccellente band pop-sike (così si dice da un pò !) quella degli SKIP BIFFERTY .
Il loro unico lavoro del 1968 é stato ristampato nel 2003 in doppio cd dalla Castle Music con molte appendici: riascoltato oggi risulta ancora eclettico e carismatico, ma ve ne parla meglio Marcello qui di seguito.
Gli Skip Bifferty, originati dalla crisi dei Chosen Few (già insieme dal 1962), nella formazione definitiva erano Graham Bell (lead vocal), Mick Gallagher (organ), John Turnbull (guitar), Colin Gibson (bass), Tommy Jackman (drums).
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Questo album l’avevo già da alcuni anni ed era da me considerato come uno dei migliori della mia collezione sixties. Ma esso consta di 14 brani, mentre il CD, tra bonus track, BBC Sessions e brani registrati sotto il nome di Alan Hull, Heavy Jelly e Griffin, ne ha ben 40! Che sorpresa risentire l’album ridigitalizzato!
Intendiamoci…io sono un accanito sostenitore del suono analogico. La sua rotondità, la sua pienezza, la sua “imperfezione” vengono riprodotti dal mio Gold Ring (testina) - Micro Seiki (piatto) – AGI Canadese (preamplificatore) – Yamaha M1 (amplificatore) – JBL (coppia diffusori) in maniera calda e dalla dinamica coinvolgente. Se il vinile, oltre al suono, avesse anche la comodità del CD non l’avrei mai rimpiazzato nelle mie preferenze sugli acquisti.
Insomma…il vinile come una autovettura d’epoca…bellissima, con tutti i suoi rumori e i suoi difetti…ma per uno come me che macina musica a casa, sul lavoro e tantissimo in macchina, l’autovettura d’epoca è il lusso della gita fuori porta.

Ma torniamo a THE STORY OF SKIP BIFFERTY, doppio CD della Castle Music. I primi 14 brani racchiudono lo stupendo album originale del 1968. E’ un opera che credo conoscono in molti e che tratterò qui concentrandomi più sui meno conosciuti brani acclusi al CD. Giusto le mie impressioni per dire che trovo il lavoro svolto dai SKIP BIFFERTY geniale, multiforme seppur coeso, psichedelico di quella british psychedelia romantica che tanto mi tocca il cuore. Un album comunque che appare come un prodotto maturo, privo delle ingenuità, a volte anche affascinanti, dei gruppi medi del periodo British.
Chitarra che spesso tiene il ritmo con la batteria, così come, con la stessa tecnica anche più esasperata, fanno i July nel loro altrettanto splendido secondo lavoro (qualcuno ha notizie del primo lavoro?), pianoforte, chitarra elettrica, la splendida voce di Bell, i coretti…questi gli strumenti importanti. Una buona dose di ironia, poi, non guasta mai.
E’ infatti con brani come “Gas board under dog” che ti viene voglia di ballare, al passo con i loro coretti scherzosi, con la rara “voce narrante” e con il banjo iniziale che da l’incipit per il ritmo del pezzo. Con “Yours for at least” invece ci si cala perfettamente nel tipico sound beatlesiano, come peraltro in qualche altro brano…d’altronde siamo nel periodo!.
Il pianoforte è invece lo strumento principale in un brano melodico e dal sapore vagamente epico come “Follow the path of the stars”. Sempre il pianoforte a farla da padrone, fin dal’incipit, nel bellissimo brano "Jeremy Carabine”, anche se la chitarra elettrica, nella parte centrale del brano, si merita un plauso. Negli extra tracks spicca il loro primo brano edito, “On love”, dove la chitarra elettrica è predominante ma è già presente l’ironia e la predilezione ai giochetti recitati in coro. In “Happy Land” troviamo la più classica delle pop-sike con tanto di violini e l’allegria della canzonetta poco impegnata. Bellissima la seguente cortissima “Reason to live”, molto intimista e dai cori e cadenze alla Nirvana (quelli british!). “This we shall explore” è forse la mia preferita delle bonus track; inizia come un classico brano beatlesiano ma poi diventa assolutamente originale e personale.
E’ però dal secondo CD che vengono le sorprese. Le BBC Sessions sono veramente interessanti. Sopprassiedo nella descrizione dai brani già presenti nell’album, anche se ottimamente eseguiti in versioni alternative. Parto invece subito con “The Hobbit” che è assolutamente stupenda! Le note la danno come ispirata al racconto di Lewis Carrol “Alice nel paese delle Meraviglie”, ma resto perplesso perché il titolo cita invece i personaggi simpatici ed eroici dell’opera di Tolkien. Forse mi sfugge qualcosa o traduco male l’inglese delle note. Anche “Once” è particolare e si distingue per i ricami preziosi della chitarra acustica, sebbene nella parte centrale, come spesso nei loro brani, la chitarra elettrica si mette in vetrina con onore. “Aged aged Man” ricorda molto, nella iniziale interpretazione col pianoforte, la sigla dei vecchi telefilm della famiglia Addams, anche se dopo pochi secondi già la forma canzone classica beat torna prepotente. Con “Disappointing day” ritorna la classica pop-sike version, con tanto di coretti e pianoforte…ma c’è canzone e canzonetta…e questa è canzone! C’è poi una versione della sempre verde “Don’t let me be misunderstood” che si intuisce essere molto bella, rallentata e resa finanche triste. Dico “si intuisce” perché la registrazione, probabilmente tratta da un acetato rovinatissimo, rende difficile avvicinarsi al brano se non con lo spirito di chi cerca assolutamente “ancora qualcos’altro”.
Con “In the morning” si ritorna all’anima psichedelica british del gruppo, ma anche qui la qualità della registrazione lascia molto a desiderare. Che bello il brano “I am the noise in your head”! Pubblicato con il nome Griffin, viene fuori questo pezzo di 4 minuti decisamente maturo e intelligente, veramente prezioso e con una line-up allargata che rende più complessa la costruzione del tessuto musicale. Anche le soluzioni cantate appaiono più moderne, e sembra a tratti di sentire i Jefferson Airplane un po’ più duri. Sempre come Griffin, fanno un pezzo molto d’intrattenimento, delicato e tratteggiato dalle solite chitarra acustica e pianoforte.

MARCELLO RIZZA

http://www.alexgitlin.com/npp/skipb.htm

http://bandtoband.com/index.php?Page=Search&BandId=6830